Alla ricerca del tesoro di Montezuma

aztec-and-conquistador-89558926595_xlargeDa “Oceano profondo”: l’archeologa Nicole Svensson spiega come ha localizzato il tesoro di Montezuma.

“Salve, io sono Nicole Svensson, della Carlston University” si presentò lei, dando un’occhiata alla piccola platea. “Ora vi spiegherò su cosa si basano le nostre certezze” iniziò, avviando la presentazione in PowerPoint sul suo computer, che venne proiettata sullo schermo. “Partiamo dall’inizio: nel 1519 il conquistatore spagnolo Cortés approdò a Tenochtitlàn, sulle coste del Messico.”


Sullo schermo apparve un dipinto che rappresentava l’incontro del condottiero con i nativi.
“Era già consapevole delle ricchezze in possesso degli Aztechi e il suo scopo era semplicemente quello di accaparrarsele. Il re Montezuma cadde in un equivoco e si convinse che il tizio bianco agghindato in modo strano fosse in realtà la personificazione del Dio Sole, il cui ritorno era stato predetto da un’antica profezia e, per propiziarselo, gli offrì in dono moltissimi oggetti preziosi. Ovviamente i conquistadores alla vista di tutto quel ben di Dio si fecero prendere dall’ingordigia e cercarono altro oro. Invasero la città, fecero prigioniero il re e la sua corte e cominciarono a razziare tutto quello che trovavano. Nel palazzo dell’imperatore venne rinvenuta una stanza segreta con tanti di quei tesori che a Cortés e ai suoi ci vollero tre giorni solo per spartirseli. Dopo un po’ di tempo il popolo dei nativi cominciò a rendersi conto che quelli che stavano facendo man bassa delle loro ricchezze sterminandoli non erano affatto dei.”
Le diapositive continuavano a scorrere, illustrando la storia con disegni suggestivi e coloratissimi.
“Alla fine gli Aztechi si ribellarono e costrinsero Cortés e i suoi a una precipitosa fuga: loro se ne andarono lasciando lì tutto quello che avevano trovato. Ovviamente i conquistadores tornarono: tre anni dopo Cortés sbarcò nuovamente a Tenochtitlàn. Con la gentilezza che lo contraddistingueva fece prigioniero il nuovo sovrano, arrivando a torturarlo per farsi dire dove fosse stato nascosto il tesoro. Ma non ottenne niente di niente: il tesoro era sparito. Per sempre. Almeno, questo è quello che dice la storia.”
Nicole guardò di nuovo verso gli astanti e li vide incuriositi e interessati proprio come i suoi studenti quando teneva una delle sue affollatissime lezioni-show.
“Che fine aveva fatto il tesoro? La versione più nota riferisce che fu trasferito: duemila uomini lo trasportarono al sicuro con una vera e propria transumanza verso il nord. Nella fattispecie, negli attuali Stati Uniti.”
Diapositiva con una mappa geografica.
“Nel 1920, tale Freddy Crystal, cacciatore di tesori, aveva trovato in una chiesa di Città del Messico una mappa celata in un manoscritto, dove era indicata la localizzazione del tesoro di Montezuma: un punto nei pressi di Kanab, una piccola città dello Utah. Vi si recò immediatamente e trovò subito un interessante riscontro: le rocce del Johnson Canyon erano ricoperte da misteriosi graffiti che si rivelarono essere incisioni azteche. Trovò anche l’ingresso sigillato di una grotta: una volta aperta si imbatté in una serie di corridoi pieni di statue, reliquie e oggetti di evidente fattura precolombiana. Ma niente oro. Ben presto la voce si diffuse e partì una vera e propria caccia all’oro degli Aztechi che però non dette alcun risultato e finì com’era cominciata. Ma uno di questi cercatori non si era arreso: Brandt Child. Convinto di aver localizzato l’area in cui il tesoro era stato nascosto, alla fine degli anni ’80 la acquistò e ricominciò la ricerca. La zona si chiama Three Lakes Canyon e ospita una pozza d’acqua che, secondo Child, fu creata dagli stessi Aztechi che drenarono il fiume che scorreva nel canyon, nascosero il tesoro in una grotta sotto il suo corso, poi fecero riempire nuovamente tutto di acqua.”
Mappe, foto, grafiche.
“Ora, visto che la grotta era inaccessibile cosa pensò di fare, Child? Ovvio: drenare ancora una volta l’acqua per accedere al sito e raccogliere il tesoro. Ma sorse un problema: proprio in quella pozza, e da nessun’altra parte, vive questa tipetta qui.”
Foto di una lumaca acquatica.
“Vi presento la Oxyloma haydeni kanabense o Lumaca Ambrata di Kanab, una specie a rischio di estinzione. L’Agenzia per la Pesca e la Fauna Selvatica degli Stati Uniti gli negò i permessi, quindi niente drenaggio. Ovviamente lui non si arrese e ingaggiò un team di subacquei per esplorare la grotta. “
Foto dei sub.
“Fecero tre tentativi, tutti falliti: la prima volta problemi tecnici, con le bombole che si svuotavano e i compressori che non funzionavano. La seconda volta arrivarono con ancora più attrezzature, ma persero un importante pezzo, quindi non riuscirono a farne di niente. La terza volta uno riuscì ad arrivare dentro ma schizzò fuori alla velocità della luce strillando che c’erano dei fantasmi aztechi che lo inseguivano” ridacchiò Nicole, imitata dal pubblico.
“Alla fine, Child si è arreso. È morto nel 2002 senza mai riuscire a trovare il tesoro.”
Nicole fece una pausa.
“Non avrebbe potuto recuperarlo nemmeno se avesse trovato il modo di esplorare la grotta, visto che non c’era” riprese.
Mormorii in sala.
“Noi ci siamo andati l’anno scorso con un semplice scopo: dimostrare che in quella grotta non c’era un tubo di niente. E ci siamo riusciti.”
Ancora mormorii.

 

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