Il viaggio nel tempo: teoria o realtà?

1635955timemachine-culture-large_trans_NvBQzQNjv4Bq5AKy6kltchdyQ3tVtY_32XOMQmpk2hdROvTVnpSqJFINel mio ultimo romanzo, L’anello di luce, parlo della teoria dei viaggi nel tempo, con particolare riferimento al dispositivo di Mallettt. Ma che cos’è di preciso?Vediamolo!

È la metà degli anni ’50: Ron Mallettt, all’epoca decenne, viveva nel Bronx e, come tutti ragazzini della sua età, divorava fumetti. Uno, in particolare, aveva destato la sua attenzione, più che altro per via dell’illustrazione in copertina, che mostrava uno strano aggeggio. Un uomo vestito di nero che fumava una pipa, vi sedeva dentro, armeggiando con la sua strumentazione. Il telaio di questa “macchina” era costituito da due grandi cerchi, collegati perpendicolarmente in modo da costituire una sfera cava, all’interno della quale era disposto un sedile con cavi elettrici, prese d’aria e tubi vari. Il giornaletto in questione era tratto dal libro “La macchina del tempo” di H.G. Wells e Ron fu colpito dalla prima frase: “Gli scienziati sanno molto bene che il tempo altro non è che un particolare tipo di spazio. Possiamo spostarci in avanti e indietro nel tempo così come facciamo nello spazio”.

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E così, nella cantina di casa sua, Ron cominciò a costruire la sua macchina del tempo in segreto. “Lo tenevo per me perché non volevo essere scoraggiato.” Usando le figure del fumetto come guida, Ron utilizzò delle vecchie gomme di bicicletta e pezzi elettronici avanzati dal negozio di riparazioni tv del padre. “Era molto, molto grezzo” dice. “E ovviamente non successe niente.”

Ron era deluso dal fatto di non riuscire a viaggiare nel tempo. “Ma non mi scoraggiai. Sapevo che dovevo imparare di più sulla scienza.”

Ed è esattamente quello che fece. Oggi, a 72 anni, il Professor Ron Mallettt è un fisico teorico all’Università del Connecticut nonché l’ideatore di una teoria sui viaggi nel tempo che, secondo alcuni, è la migliore opportunità offerta finora dalla scienza per rompere i confini del tempo.

Il documentario “Come costruire una macchina del tempo” del regista canadese Jay Cheel, parla di Mallettt e di un altro scienziato ossessionato dai viaggi nel tempo, Rob Niosi, il cui progetto per creare la macchina ideata da H.G. Wells avrebbe dovuto essere completato in tre mesi, mentre invece sono passati 12 anni.


La spinta narrativa alla base di questo documentario è basata sull’esplorazione, da parte du Cheel, delle motivazioni dietro ai progetti di Mallett e Niosi: il desiderio di ricongiungimento con i rispettivi padri. Per Niosi, la spinta ossessiva sembra provenire dal ricordo di un giorno perfetto con suo papà al cinema, mentre guardavano il film tratto dal romanzo di Wells del 1960, dopo il quale l’uomo lo affascinò parlandogli dei veri viaggi nel tempo e poi, alcuni giorni dopo, gli regalò un meraviglioso orologio, “la mia prima macchina del tempo.”

Ma la storia di Mallett è più strana e triste. Comincia un anno prima del momento in cui il piccolo Ron si ritrova tra le mani il fumetto che avrebbe cambiato la sua vita. “Lui era la persona più importante del mondo per me, il centro del mio universo.”

Family_at_Bronx_Park-large_trans_NvBQzQNjv4BqQ7Yu6SDPP2A1eEtmQAiPhmyrZXKAf8cP8MNASYtYWswAll’alba del 22 maggio 1955 Ron fu svegliato dai singhiozzi di sua mamma. “Ero nella mia stanza; uscii e capii che era in cucina” racconta. “Invece di andare da lei, per qualche motivo, mi diressi subito nella stanza dei miei genitori. Vidi mio papà disteso nel letto, ancora in pigiama sotto le coperte. Non si muoveva. Non capivo del tutto cosa ci fosse che non andava.”

Mentre il bambino cercava di capire cosa fosse successo, comparve un poliziotto. “Mi portò in cucina, dove mia mamma mi spiegò che papà era morto. Non riuscivo a elaborare l’informazione. Non aveva alcun senso.”

Ron trascorse i giorni successivi come in trance, interrotta solo nel momento in cui vide la bara del padre mentre veniva calata nella fossa. “Fu come risvegliarmi da qualcosa di molto bello in una nuova, fredda realtà. Ero inconsolabile. Non m’interessava nemmeno di vivere o morire.”

Boyd Mallettt era un tecnico che riparava televisori, con l’hobby dell’elettronica, e aveva sempre inculcato nel figlio maggiore l’importanza dello studio. “Mi dava spiegazioni scientifiche su come funzionassero le cose, ad esempio il periscopio e la radio.” Gli piacevano i film d’avventura con Richard Burton e la musica di Brahms, Grieg e Beethoven, che amava ascoltare da solo mentre leggeva poesie. Aveva solo 33 anni quando morì d’infarto: la missione di Ron diventò quella di viaggiare indietro nel tempo per avvertire suo padre dei suoi problemi di salute e salvarlo.

Se il fumetto su H.G. Wells aveva riscosso Ron dal suo abbattimento fornendogli un piano, fu però un libro con un famoso scienziato che dette una scossa al tutto. Ron trovò “L’universo e il Dr. Einstein” in un negozio dell’usato quando aveva 12 anni. “Sapevo che Einstein era un grande genio, e sulla copertina del libro c’era una fotografia che lo ritraeva accanto a una clessidra gigante. Così, senza nemmeno aprirlo, seppi che aveva qualcosa a che fare con il tempo.” Ron comprò il libro. “A 12 anni, non riuscivo a capire tutto quello che conteneva. Ma capii che Einstein sosteneva che il fiume del tempo era qualcosa che poteva essere alterato. Improvvisamente, diventò tutto molto realistico. Se potevo capire Einstein, potevo anche trovare il modo di costruire una macchina del tempo.” Ma per quello, si rese conto, doveva assolutamente andare al college.

Figlio di una famiglia della classe lavorativa, Ron non aveva altra scelta se non quella di approfittare del “GI Bill”, l’opportunità che il governo U.S.A. dava a chi entrava nelle forze militari. Dopo un periodo nell’Aereonautica, svolto nel Vietnam, Ron si iscrisse alla Penn State University. Nel 1973 ottenne la specializzazione con una tesi sulla teoria della relatività di Einstein, che sostiene che la gravità può rallentare il tempo. Poi fece domanda alla Penn State University per diventare assistente alla cattedra di fisica.

Proprio come da bambino, quando si dava da fare nella cantina della sua casa, la verità dietro alla sua ambizione rimaneva segreta. “Se avessi detto ‘voglio costruire una macchina del tempo’, nessuno mi avrebbe mai assunto. Avevo bisogno di una storia di copertura, e quella che avevo erano i buchi neri. La teoria di Einstein sosteneva che quanto più ci si avvicina a un buco nero, tanto più il tempo rallenta, così se potevo studiarla, avrei anche potuto studiare come il tempo potesse essere alterato. Sapevo che i buchi neri erano considerati un’idea folle, ma erano legittimamente folli rispetto ai viaggi nel tempo, che erano completamente folli. Ed è su questo che ho costruito la mia carriera.”

Ma quanto folle è “completamente folle”? “Diciamo che è una questione di ingegneria.”

Per quanto sia sorprendente, una certa forma di viaggio nel tempo è stata effettivamente dimostrata. Nell’ottobre del 1971, il famoso esperimento Hafele-Keating ha visto quattro orologi atomici viaggiare due volte intorno al mondo su un jet. Quando il tempo che segnavano è stato confrontato con quello degli orologi terrestri, si è visto che aveva rallentato. Questo è coerente con la teoria di Einstein, che dice che il tempo è influenzato dalla velocità.

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“Al momento attuale, la nostra migliore macchina del tempo è la Voyager One” dice il fisico, autore di “Come costruire una macchina del tempo: la vera scienza dei viaggi nel tempo”, Brian Clegg. “Si allontana dalla Terra fin dagli anni ’70 e adesso ha viaggiato 1,1 secondi nel futuro. Il cosmonauta Sergei Krikalev, dopo aver trascorso due anni sulla stazione spaziale Mir, è adesso più giovane di 20 millisecondi.

Altri fisici hanno suggerito nuovi modi in cui potremmo liberarci della tirannia del tempo. Alcuni sostengono che potremmo approfittare dei wormhole nello spazio, anomalie nello spazio-tempo che collegano due punti separati anche da milioni di anni luce. “Il problema è che i wormhole sono teorici: non sappiamo se esistono effettivamente e, se sì, non abbiamo idea di come poterli creare e manipolare” dice Clegg. Un’altra idea riguarda le stelle di neutroni. “Di base, è una questione meccanica” sostiene il fisico. “Tranne che per il fatto che questa meccanica va molto oltre tutto ciò che la maggior parte di noi può concepire. Bisognerebbe raccogliere dieci stelle di neutroni, metterle in un cilindro evitando che collassino in buchi neri, far ruotare il cilindro ad alta velocità e alla fine viaggiarci intorno.”

Anche per un uomo determinato come Ron Mallett, sarebbe un po’ complicato… In effetti, Clegg ritiene che l’idea di Mallett sia quella più immediatamente promettente, sostenendo che “ha il potenziale di portare in laboratorio un notevole spostamento di tempo nel giro di un decennio.”

L’ “illuminazione” ha colpito Mallett quando aveva 55 anni, mentre era ricoverato in ospedale per aver avuto, a sua volta, un infarto. “Nella ronequation-large_trans_NvBQzQNjv4BqJkIYRWMCRrmDh-wz7Pn43IA5m4aE1GA3qKAE0HXc_iEteoria di Einstein, non è solo la materia che può creare gravità, ma anche la luce. E così ho pensato: ‘se la gravità influisce sul tempo, anche la luce può farlo.’” Nel 2000, Mallett pubblicò un’equazione che, sostiene, dimostrava la sua teoria. “Mi ero reso conto che un raggio rotante di luce poteva simulare il processo di un buco nero rotante: questo era qualcosa che si poteva creare e controllare. Utilizzando un raggio laser rotante, sono stato in grado di dimostrare matematicamente che questo può distorcere lo spazio-tempo. Ripiegando il tempo in un anello, è possibile viaggiare all’indietro nel tempo.”

Questo raggio rotante di luce prenderebbe la forma di un “anello laser” (ricorda niente? 😉 ), un dispositivo che permette di girare in circolo.  Dal 2015 Mallett raccoglie fondi per fare il via a uno studio di fattibilità, e incontra fisici specializzati in laser per lavorare sui prototipi.

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“Se il dispositivo di Mallett potesse essere costruito” dice Clegg “sarebbe possibile inviare una particella subatomica attraverso un ‘tunnel temporale’ o dei laser rotanti e il risultato sarebbe un suo piccolo spostamento nel passato.”

Uno dei principali problemi è che, anche se i considerevoli ostacoli tecnici potessero essere superati, il suo dispositivo permetterebbe a una persona di viaggiare indietro nel tempo solo fino al primo momento in cui è stato acceso. Questo, ovviamente, significa che Mallett non potrebbe tornare indietro per avvertire suo padre. Ma Mallett non si scoraggia. “Questo può essere vero per una classica macchina del tempo” spiega. “Le nuove ricerche che sto avviando, basate sulla meccanica quantistica, vanno oltre.”

Ma c’è un difetto decisamente più prosaico nel progetto del fisico: se suo padre aveva un problema cardiaco, e suo figlio, ormai invecchiato, fosse saltato fuori da una macchina del tempo dicendogli che sarebbe morto a 33 anni, non gli avrebbe provocato un infarto?

“Lo approccerei in modo non traumatico” replica lui. “Non mi riconoscerebbe, quindi gli dovrei mostrare una foto. Era una persona ‘tecnica’, quindi sarebbe curioso di sapere come funziona. Gli direi: ‘lavori sui televisori. Quello che fanno, essenzialmente, è trasmettere immagini nello spazio utilizzando l’elettronica. C’è un metodo che ho scoperto che permette di trasmettere informazioni nel tempo’. E poi cercherei di convincerlo che sta per morire.”

1635955timemachine-culture-large_trans_NvBQzQNjv4Bq5AKy6kltchdyQ3tVtY_32XOMQmpk2hdROvTVnpSqJFIPer il regista Jay Cheel, la malinconica realtà del desiderio di Mallett è che, se riuscisse effettivamente a salvare suo padre, cambierebbe il presente, annullando di fatto tutti i suoi successi accademici: tentando di creare una macchina del tempo per evitare quel lutto, Mallett sta essenzialmente tentando di cambiare chi è diventato. È una cosa triste, in un certo senso. Ha intrapreso una brillante carriera e probabilmente ispirato altre persone che potrebbero fare grandi cose, e si verificherebbe una sorta di effetto valanga.”

Questo, forse, è uno dei paradossi più strani che il desiderio di viaggiare nel tempo rivela. Possiamo provare questo desiderio per molte ragioni: curiosità, egocentrismo, ambizione, paura della morte, uccidere Hitler. Uno dei più frequenti, comunque, è sicuramente il rimpianto. Tutti noi abbiamo rimpianti che, nei giorni no, minacciano di mangiarci vivi. Quando desideriamo portare indietro l’orologio e “aggiustare” le cose che ci hanno ferito, dimentichiamo che spesso sono proprio quelle cose che ci rendono ciò che siamo oggi. Possiamo riuscire a togliere le parti più dolorose dai nostri ricordi, ma ne usciremmo meno saggi, meno empatici e, paradossalmente, meno forti della persona che siamo diventati, con tutte le nostre cicatrici.

Nonostante questo, per Mallett, almeno, ne varrebbe comunque la pena. “Penso che tutte le persone nella mia vita si siano chieste se sarò mai davvero felice” dice. “Ma anche dopo decenni, lui mi manca ancora moltissimo. Non riesco a credere che se ne sia andato.”

Fonte: http://www.telegraph.co.uk